Non ripeterò per l’ennesima volta le doverose premesse di condanna di Hamas, del pogrom del 7 ottobre , dell’antisemitismo eccetera eccetera. Diamole finalmente per scontate.
Questo reportage del New York Times è agghiacciante nel suo asciutto resoconto senza aggettivi di una situazione ampiamente oltre il limite. Qualcuno obietterà come al solito che è tutta propaganda di Hamas, perché Hamas – questa è la tesi – controlla tutto: le immagini che possono uscire da Gaza, le informazioni, le testimonianze dei “giornalisti” locali (sempre tra virgolette, perché in realtà sarebbero finti, sarebbero solo dei propagandisti di Hamas), quelle della gente comune (tutta collusa con i terroristi, dicono), dei medici e operatori umanitari occidentali, perfino dell’ONU, delle sue agenzie e delle Ong.
Una narrazione propagandistica tanto quanto quella di Hamas. E mi vengono alcune considerazioni
1) a pubblicare questo reportage è il New York Times, che attua rigide procedure per la verifica delle notizie prima di pubblicarle e che sistematicamente viene accusato da una parte di antisemitismo e dall’altra di sionismo. Mi pare un corposo indizio di obiettività e serietà;
2) è vero che a Gaza i giornalisti stranieri (nemmeno quelli israeliani) possono entrare. Ma chi lo impedisce? Esatto: il governo Netanyahu;
3) ammettiamo che sia vero che Hamas ha tuttora un ferreo e totale controllo su tutto ciò che ancora sopravvive dentro Gaza e sulle informazioni che ne possono uscire. Ma se così fosse, allora si dovrebbe ammettere che oltre 600 giorni di guerra, la morte di decine di migliaia di persone (militari israeliani compresi), la distruzione (documentata da immagini satellitari non controllabili da Hamas) di oltre due terzi degli edifici, l’occupazione militare di una quota significativa del territorio e via elencando non hanno prodotto, a parte la vendetta, alcun risultato utile non dico a distruggere ma almeno a indebolire Hamas: un fallimento totale – militare, politico, diplomatico – di cui Netanyahu e il suo governo dovrebbero essere chiamati a rispondere