“Le pressioni sul lavoro ben note dappertutto – il desiderio di rianimare una posizione stagnante o di ottenere una piccola promozione – possono essere sufficienti per incentivare dipendenti di basso e medio livello a violare obblighi professionali, norme fondamentali e perfino basilari imperativi morali”. Una ricerca suggerisce che “le persone che fanno queste scelte non sono né estremiste né vittime. Spesso sono solo lavoratori mediocri che cercano una strada per tirare avanti”.
Questo articolo del New York Times spiega che sarebbero loro, i “volonterosi carnefici di [nome dell’aspirante autocrate/dittatore/macellaio di turno]”: gli incapaci, gli scansafatiche, i falliti, gente senza alternative il vero puntello dei regimi autoritari, di quelli in via di formazione e di quelli consolidati.
Ipotesi suggestiva, che spiegherebbe molte cose. E che sembra trovare robuste conferme scorrendo il desolante elenco di ministri, sottosegretari, dirigenti e giù giù fino ai più bassi livelli dell’apparato melonian-salviniano.
Un quadro che mi stimola una riflessione: questo punto di forza delle autocrazie è però anche un punto di grande debolezza. I “falliti leali”, che leali sono solo per convenienza individuale e non per convinzione, sono i primi a tradire i loro padroni al minimo scricchiolio del regime.
Sono troppo ottimista? Spero di no