Referendum costituzionale, le ragioni (tecniche) del sì e del no

Lo faranno (lo stanno già facendo) tutti, partiti della maggioranza e partiti dell’opposizione: divisi – anzi opposti – sull’indicazione di voto ma uniti nel tentativo, che sicuramente riuscirà, di trasformare un referendum costituzionale su un tema molto specifico – e altrettanto complesso, tecnico anche se con ovvie implicazioni politiche, ostico per chi non è un esperto del settore – in un referendum, anzi in un plebiscito strettamente politico pro o contro il governo, a prescindere dal merito della norma formalmente sottoposta al giudizio del corpo elettorale.

Difficile, per chi non ha una formazione giuridica, cioè la grande maggioranza di noi, comprendere il senso, la portata e le implicazioni della cosiddetta riforma della giustizia che l’attuale governo di estrema destra (definirlo ancora di centrodestra nascondendosi dietro la foglia di fico dell’imbelle e politicamente irrilevante partito degli epigoni di Berlusconi appare, più che un’ipocrisia, una pura e semplice bugia) è riuscito a imporre a un Parlamento esautorato a colpi di voti di fiducia, taglio dei tempi di discussione e testi “blindati”.

Ma, alla fine, su che cosa si vota realmente? Utilissimo, per cominciare a capirci qualcosa, l’articolo che Vitalba Azzollini ha pubblicato su Valigia blu presentando con imparzialità le argomentazioni tecniche di alcuni autorevoli giuristi a favore della riforma e di altrettanti autorevoli giuristi contrari.

Dalla lettura dei pareri contrapposti ho ricavato l’impressione che in fondo – in ultima analisi, si sarebbe detto un tempo – tutti concordino sul fatto che questa modifica costituzionale sia sostanzialmente priva di effetti pratici, perfino per l’oggetto stesso della modifica, la magistratura. E allora – ma questa è solo una prima impressione, non una scelta definitiva – mi viene da dire che, vista la valenza quasi esclusivamente cosmetica della cosiddetta riforma, saggezza vorrebbe che si evitasse di mettere ancora una volta mano a modifiche della Costituzione che nel tempo potrebbero rivelarsi assai nocive, come è stato con la mai abbastanza deprecata riforma del Titolo V. Ma di questo avremo occasione di riparlare e riconsiderare nelle settimane che ci separano dall’apertura dei seggi

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