Meno di quarant’anni dopo la fine della guerra fredda (ma ormai dovremmo chiamarla “la prima guerra fredda”) gli equilibri mondiali sono completamente saltati e dal caos esploso il 20 gennaio 2025 con l’insediamento di Donald J. Trump alla presidenza degli Stati Uniti sta emergendo con sempre maggiore chiarezza un ordine completamente nuovo basato, in apparenza, su una nuova spartizione del mondo in zone d’influenza. Ma l’analogia con gli accordi di Yalta del 1945 si ferma qui: questa volta a (pretendere di) spartirsi il mondo il più appariscente è un presidente americano megalomane, razzista, avido e ignorante che si mostra sempre più chiaramente per quello che è: un asset del dittatore russo Vladimir V. Putin. Il quale, a sua volta, è sempre più chiaramente una sorta di vassallo del presidente cinese Xi Jinping, il vero regista e principale beneficiario di tutta l’operazione.
Obiettivo comune della triade: la distruzione dell’Europa – della UE in particolare – quale soggetto politico, economico e militare unitario e quale modello statuale democratico orientato alla difesa e allo sviluppo, pur tra mille contraddizioni, dei diritti sociali e individuali. Esplosa in questi mesi, questa operazione è frutto di una strategia di lungo periodo che prevede una precisa spartizione dei compiti: a Trump quello di far implodere l’Europa (affossando contemporaneamente l’economia statunitense); a Putin quello del “lavoro sporco”, violento, brutale, al servizio (un po’ come fu la Wagner per Putin) della Cina; a Xi quello del benevolo padrone che attira interi continenti nella sua orbita con la forza dell’economia, chiedendo in cambio “solo” terre coltivabili, ricchezze minerarie, obbedienza e mercati aperti alle sue merci. Poi, tenuti fuori del salotto buono, ci sono altri comprimari, in primo luogo i BRICS. Ma chi ne è il vero leader? E quali sono i disegni e le ambizioni di un fragile colosso come l’India, oggi in mano al nazionalismo religioso estremista di Narendra D. Modi?
Molti in Italia, anche dentro il PD, ritengono che questi temi siano poco rilevanti ai fini dell’elaborazione della linea e dell’azione politica e di scarso interesse per il suo elettorato, a differenza di quelli attinenti alla vita di tutti i giorni (il solito elenco, peraltro in sé corretto: lavoro, sanità, scuola, servizi sociali ecc.). In realtà le dinamiche della politica internazionale hanno una diretta ricaduta su tutti gli aspetti della vita di ogni persona. Quando, inaugurando il suo secondo mandato, Trump ha annunciato e poi più o meno applicato dazi pesantissimi alle merci straniere, ha innescato un meccanismo che ha avuto e sta avendo ricadute occupazionali, di chiusura o ridimensionamento di attività produttive, sul PIL e sui prezzi al consumo anche in Italia. Non solo: quegli stessi dazi vengono usati come arma per ingerirsi nelle scelte elettorali, economiche, perfino giudiziarie di altri Paesi, con potenziali gravissime ricadute sulle condizioni di vita all’interno di quei Paesi. Un capitolo a parte meriterebbero le questioni energetiche, il folle negazionismo in materia di mutamento climatico e il blocco degli aiuti ai Paesi in difficoltà.
Altre decisioni di Trump, in apparenza riguardanti solo gli Stati Uniti, producono e produrranno ancor più nel breve-medio termine effetti deleteri (letteralmente letali, in alcuni casi) non solo dentro gli USA ma su tutto il resto del mondo: il fortissimo definanziamento della ricerca scientifica e in particolare di quella medica provocherà – sta già provocando – dei pesantissimi ritardi nello sviluppo di nuove cure contro malattie oggi ancora letali, così come nella preparazione ad affrontare le nuove pandemie quando (non “se”) si presenteranno; le politiche tese a scoraggiare le vaccinazioni di ogni tipo stanno già provocando, non solo negli USA, una recrudescenza di casi mortali di morbillo, pertosse, perfino poliomielite.
Ciò provocherà, nel medio-lungo periodo, un abbassamento dell’aspettativa di vita che – unito alle feroci politiche contro l’immigrazione e alla cancellazione di fatto di tutti gli strumenti di mitigazione delle discriminazioni di genere e di tutela della salute della donna, di quella riproduttiva in particolare – porterà a un ancor più rapido scardinamento dei sistemi previdenziali e assistenziali. E molti altri esempi si potrebbero fare.
Dove però Trump e Putin hanno già completamente gettato la maschera è sulle questioni cruciali della pace, della guerra e della sicurezza. Lo si vede nella disinvoltura con cui fingono di trattare sull’Ucraina tagliando fuori i diretti interessati, gli ucraini, e l’Unione Europea. Lo stesso schema usato da Trump – con la benevola “distrazione” di Putin e la successiva ancor più benevola astensione di Russia e Cina alle Nazioni Unite – per trattare su Gaza tagliando fuori i palestinesi e, di nuovo, l’Unione Europea.
Proprio l’Unione Europea, del resto, è ormai palesemente e dichiaratamente il bersaglio dell’amministrazione americana e del suo stretto alleato russo. Il documento sulla National Security Strategy presentato nei giorni scorsi da Trump con l’ambizione di proiettarne gli effetti ben oltre la fine (auspicando che venga rispettata e che sia accompagnata da elezioni ragionevolmente libere e non truccate) del suo mandato è già di per sé estremamente esplicito, per non parlare delle dichiarazioni dello stesso Trump, del suo vice J.D. Vance e di un sempre più stralunato e farneticante Elon Musk.
A differenza di quanto enfatizzato dalla stampa italiana, però, l’intento di Trump non è tanto quello di “scaricare l’Europa” (cosa che aveva già fatto fin dal suo primo mandato) ma di distruggerla, ottenendo a strettissimo giro uno spudorato pubblico endorsement dal Cremlino e un benevolo silenzio da Pechino. La scusa è la solita: l’immigrazione, l’islamizzazione, la caduta dell’Europa e della sua civiltà per la sua stessa intrinseca debolezza. La salvezza dell’Europa – sostiene Trump – sta nella cancellazione dell’Unione Europea e nella sottomissione dei singoli Stati ai voleri e agli appetiti degli USA.
Sancendo così definitivamente ciò che era sotto i nostri occhi ma per dieci mesi abbiamo quasi tutti fatto finta di non vedere: dal 20 gennaio di quest’anno gli USA si sono trasformati da alleato (più o meno convinto e più o meno arrogante a seconda dell’amministrazione in carica) a potenza ostile. E ora dobbiamo prendere atto che la trasformazione si è completata: da ostili gli Stati Uniti si sono trasformati in potenza oggettivamente nemica dell’Europa e dei suoi popoli.
Difficile definire altrimenti un Paese che non solo ci dice (giustamente, da un certo punto di vista) di cominciare ad arrangiarci da soli per la difesa ma pretende di costringerci ad acquistare le sue armi (disattivabili a piacere da Washington) in regime di sostanziale monopolio e intende (continuare a) sostenere le forze sovraniste, populiste, reazionarie allo scopo dichiarato di sovvertire l’ordine democratico, cancellare l’Unione Europea e instaurare regimi autoritari, o preferibilmente dittatoriali, nei singoli, deboli e litigiosi Stati e staterelli residuati. Facendo ricadere i Paesi dell’Europa orientale – e forse non solo loro – sotto il controllo russo.
È in questo quadro più tragico che drammatico che s’inserisce l’orrore della guerra contro l’Ucraina. Che ci riguarda tutti. Certo, nessuno pensa che, nel breve e probabilmente nemmeno nel medio periodo, la Russia abbia intenzione (né capacità economica, peraltro) di attaccare direttamente i Paesi dell’Europa occidentale. Ma, a parte la considerazione che l’Europa è tale in ogni sua parte, dal Portogallo all’Ucraina, alla Moldavia e alla Georgia, e che l’articolo 5 del Trattato NATO ci impone, in caso d’aggressione anche a uno solo di essi, dei doveri di concreta solidarietà e aiuto nei confronti di tutti i Paesi che ne fanno parte, è un dato di fatto che, se noi non siamo in guerra con la Russia, la Russia è in guerra con noi. Guerra ibrida, guerra non dichiarata, guerra sporca. Ma pur sempre guerra.
Non tutti i droni diretti su aeroporti e siti militari europei sono sicuramente russi; non tutti gli attacchi informatici a banche, ospedali, scuole, infrastrutture sono sicuramente russi (alcuni sono cinesi). Non tutti gli attentati ai danni di strutture produttive sono opera di agenti russi o filorussi. Ma il quadro complessivo è quello di una fitta rete di azioni di sabotaggio e di terrorismo ai nostri danni che richiede la rapida costruzione di una capacità di risposta efficace. È questo il vero senso – anche in questo caso i titoli dei giornali italiani hanno travisato lettera e spirito del testo originale – dell’intervista del Financial Times all’ammiraglio Cavo Dragone: non un “attacco [militare] preventivo” ma la capacità di prevenire gli attacchi russi.
Qual è la posizione del PD in questo contesto? Intanto è bene chiarire subito un punto cruciale: fin dal 24 febbraio 2022, giorno in cui è cominciata l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, il Partito democratico ha assunto una posizione netta dalla quale non si è mai scostato: piena solidarietà e sostegno al Paese aggredito, ferma condanna del Paese aggressore, cessate il fuoco immediato, trattativa (vera, non per finta) di pace, ritiro delle forze russe dal territorio ucraino. Non esiste, insomma, una linea ufficiale del PD “pacifista” alla Santoro né tanto meno comprensiva nei confronti di Putin. Esistono, invece, posizioni divergenti (a volte clamorosamente divergenti) sui mezzi per giungere alla fine della guerra. In discussione, insomma, non è il “che cosa” ma il “come”.
Sorvolando per il momento sull’uso strumentale che delle prime parole dell’art. 11 della Costituzione fanno i “pacifisti con le bombe degli altri”, che evitano accuratamente di leggere l’intera frase e fingono d’ignorare l’esistenza del secondo capoverso dello stesso art. 11, il nodo, in sostanza, è: il sostegno all’Ucraina deve essere limitato solo agli aiuti umanitari o può/deve comprendere le armi? Non è, ovviamente, una questione da poco. Anche perché ha impatti significativi sulle politiche nazionali e su quelle comunitarie. A livello nazionale le divisioni attraversano ambedue gli schieramenti: se nell’opposizione il PD appare diviso sulle armi, AVS è decisamente contro e il m5s si colloca, con qualche sfumatura, su posizioni sostanzialmente filorusse (è pur vero che il grottesco pretesto per far cadere il governo Draghi nel 2022 e aprire la strada alla vittoria elettorale delle destre fu il termovalorizzatore di Roma ma la vera posta in gioco era la questione delle armi), molto simili a quelle espresse nella maggioranza dalla Lega, mentre FdI e FI sostengono con accenti diversi l’Ucraina (anche con le armi, pur con diversi distinguo e spericolati equilibrismi dialettici).
A livello europeo la questione è ancor più complicata e spinosa, perché il piano di riarmo presentato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha provocato fratture all’interno del gruppo dei Socialisti e democratici, una spaccatura che ha lacerato in più occasioni anche il PD. Partito la cui maggioranza, in pratica, sostiene che il piano von der Leyen prevede un impegno finanziario enorme finalizzato non alla costruzione di una difesa comune europea ma al riarmo dei singoli Paesi. Obiezione alla quale chi sostiene il Piano risponde che una vera difesa comune europea (che richiede un voto unanime dei 27 Paesi membri, un obiettivo non realistico né ora né, prevedibilmente, nei prossimi anni) non è al momento realizzabile e che quindi bisogna intanto cominciare a costruire un embrione di difesa europea con i Paesi che ci stanno e che devono coordinarsi per garantire complementarità, integrazione e interoperabilità degli armamenti di cui intendono dotarsi.
Come si esce da questa impasse? Posto che è difficile ricondurre sempre a unità un partito composito e plurale come il PD, la strada maestra è quella di un confronto senza pregiudiziali, nelle sedi statutarie, che giunga a una posizione ufficiale e univoca quanto più possibile condivisa e confermata da un voto della Direzione nazionale, auspicabilmente convocata non solo a ridosso di una scadenza elettorale. Avendo sempre presente che il PD è un partito pluralista, in cui tutte le iscritte e tutti gli iscritti hanno o dovrebbero avere pari dignità e diritto di cittadinanza e in cui tutte e tutti dovrebbero potersi sentire a casa. Anche se non la pensano tutte e tutti allo stesso modo.
(L’immagine è tratta dal sito https://theday.co.uk/trump-putin-xi-carve-up-the-world/)