58 anni fa, la mattina del 21 agosto 1968, l’Unione Sovietica (sotto l’insegna formale del Patto di Varsavia) occupava militarmente l’allora Cecoslovacchia, mettendo fine nel modo più brutale all’esperienza della cosiddetta Primavera di Praga, il tentativo messo in atto dal nuovo segretario del Partito comunista cecoslovacco, Alexander Dubček, di trasformare il soffocante regime dittatoriale imposto dall’URSS in una forma nuova e originale di democrazia socialista autonoma da Mosca, il “socialismo dal volto umano” che fu uno dei pilastri del pensiero di Enrico Berlinguer.
Tra gennaio e agosto del 1968 erano stati mesi di grande fermento, di prime riforme e di grandi speranze. L’avversione dell’URSS di Bréžnev cresceva anche più velocemente della popolarità di Dubček in patria e non solo. Fino all’invasione e all’occupazione militare che, in nome della dottrina della sovranità limitata, inventata da Bréžnev per mettere una foglla di fico teorica sulla brutalità della sua visione imperialista, portò alla cosiddetta “normalizzazione”, cioè a una violenta repressione, all’imposizione di una stretta censura e al ripristino di una dittatura sempre più chiusa e ottusa.
L’invasione della Cecoslovacchia resta un crimine incancellabile. Non certo il primo – Paesi Baltici, Finlandia, Ungheria – né l’ultimo (Afghanistan, Cecenia, Georgia, Crimea, Transnistria, Ucraina). La differenza è che allora le due superpotenze potevano fare quel che volevano all’interno dei rispettivi blocchi (le cosiddette sfere d’influenza): nessuno mosse un dito per aiutare la Cecoslovacchia, così come nessuno lo aveva mosso per aiutare l’Ungheria nel 1956. Del resto, l’URSS non si era certo scomposta per il sanguinoso colpo di Stato fascista in Grecia nel 1967, né lo farà per il colpo di Stato fascista in Cile nel 1973.
Basterebbe già questo – al di là di mille altre validissime motivazioni – per sentire prima di tutto il dovere morale d’impegnarci con ogni mezzo possibile per contrastare il neoimperialismo russo